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Zanzibar: diario di viaggio di Brunella e Mario

ZANZIBAR
Di Brunella e Mario

Abbiamo accettato con qualche perplessità la proposta di Miriam per 9 giorni a Zanzibar, troppo caro, dicevo io, ma Mario ha voluto che fosse una bella vacanza e allora siamo andati.
Ecco quindi la cronaca di quei giorni.
9 settembre - Ci siamo subito recati al check-in della Blu Panorama e siamo partiti alla una con un’ora di ritardo in quanto il volo che doveva portare altri passeggeri da Roma era stato annullato.
Per me è stata una lunga notte – come al solito non riesco a dormire in aereo – ma per fortuna anche la nottata è passata e siamo sbarcati all’aeroporto di Zanzibar alle 10 circa ed è già mercoledì 10 settembre.
L’aeroporto è un casino galattico.
Non esiste nastro trasportatore delle valigie che sono portate a mano da una miriade di poveri cristi improvvisatisi facchini. Agli arrivi internazionali non esiste aria condizionata, è un bugigattolo pieno di gente che sbraita e dove c’è un banco nel quale hanno posto funzionari di polizia che ti chiedono soldi per non farti aprire le valigie.
Ce la siamo cavata con due dollari (per loro cifra ragguardevole, in quanto lo stipendio medio è di circa 40/50 dollari mensili).
Fuori ci siamo quindi recati al banco della Bravo e siamo saliti sul pullman che ci avrebbe portato al Bravo Club Kiwengwa, costa est di Zanzibar in circa 50 minuti.
Intanto il primo assaggio territoriale lo abbiamo avuto: strade sterrate, alberi tropicali, individui neri come la pece, Masai coi loro costumi variopinti.
Il villaggio è molto carino, costruzioni col tetto in makuti di due piani al massimo, grande giardino curato, spiaggia stupenda, pontile con ristorante e da cui si può fare il bagno con la bassa marea, zona bar molto bella.
La nostra camera è veramente carina, con grande letto a baldacchino con un’enorme zanzariera. Il panorama dal balcone è splendido.
Come primo assaggio della giornata ci rechiamo sulla spiaggia dove ci attendono sabbia impalpabile, lettini in legno con materassini e asciugamani tutto sul blu.
Bello davvero.
E’ enormemente strano vedere passeggiare sulla spiaggia i Masai con i loro vestiti rossi e viola.
Ci spiegano che sono Masai di Arusha, quelli “veri”, cioè quelli che non hanno accettato il lavoro di vigilanza del villaggio, sono rimasti sui loro pascoli.
Le donne sono belle, coi capelli rasati, gli uomini molto snelli anche loro ed alti, con i capelli lunghi raccolti anche in tante trecce piene di gingilli.

11 Settembre- Che data fatidica…
Il mattino lo passiamo in spiaggia, c’è una bassa marea incredibile, il mare si ritira anche di 150 metri… restano tante alghe che le donne zanzibarine raccolgono per venderle principalmente ai cinesi che ne fanno cosmetici e intrugli vari.
Ogni tanto arrivano i bambini: tanti, belli e miseri da far male al cuore.
Come ti muovi dall’orizzonte spiaggia Bravo arrivano mille scatenati imbonitori che ti vogliono vendere di tutto, dai ninnoli, ai quadri, alle gite turistiche. C’è il rinomato Schumacher la cui barca si chiama Ferrari n. 1, il Capitan Tartaruga, Capitan Piero e tre diversi Alì Babà. I negozietti sulla spiaggia (baracche di legno) hanno nomi incredibili: “Barcollo ma non mollo”, “Ipercoop” e via dicendo.
Tutti parlano un po’ di italiano e quando ti fermano ti chiedono subito “come sti?2 – “tutto bene?” – “come ti chiami? Io……” e se non vuoi o non compri nulla ti dicono “nessun problema, hakuna matata…”
Mangiamo abbastanza bene – il cuoco è italiano – ma oggi pranziamo velocemente perché alla 1,25 siamo in partenza per la prima escursione: Zanzibar Town e Prison Island.
Ci rechiamo con pulmino e guida in città. Le strade sono pessime, la miseria “GRANDA!!!!” le case sono di fango, senza luce né acqua, cucinano all’aperto con fascine di legno. Ci dicono che di solito le donne hanno dai 13/14 ai 20 figli! La mortalità infantile è enorme, la gente campa più o meno fino a 45 anni (infatti gente anziana non se ne vede) le donne vivono un po’ di più, arrivano a circa 60 anni se non muoiono di parto o in seguito alle loro complicazioni.
Hanno qualche ospedale, ma non ci sono ambulanze e l’autobus – i “dalla-dalla” smettono di circolare alle 21: se uno sta male crepa. Se però arriva in ospedale non ha i soldi per comprare le medicine che l’ospedale non passa.
Si curano con le erbe ma non conoscendo le dosi ne prendono o troppo poche e la loro utilità è nulla o troppe per cui rischiano di crepare…
Arriviamo in città: la parte nuova ha qualche edificio tipo grattacielo, le strade sono spesso sterrate, ricoperte di immondizie, vi sono grandi mercati – ne visitiamo uno – pieni di cianfrusaglie e di spezie profumate. Frutta esotica e coloratissimi pezzi di stoffa con cui le donne si confezionano i vestiti.
Visitiamo la cattedrale anglicana sorta sul luogo dove un tempo esisteva il commercio degli schiavi: a ricordo di ciò un monumento posto innanzi alla chiesa fa davvero rabbrividire.
All’interno della cattedrale è conservata la croce di Livingstone: quando l’esploratore-missionario morì il suo cuore fu sepolto in una radura e da lì nacque una pianta dal cui legno è stata tratta la croce e un banco di marmo dove veniva ratificata la liberazione di ogni singolo schiavo.
La guida ci porta poi a Stone Town, la città di pietra, costruita dai portoghese ed ampliata dagli omaninidi e dagli inglesi.
Zanzibar infatti fu dominata dapprima dal popolo del Tago, poi dai sultani omanidi che la convertirono all’islam e quindi dagli inglesi, ed ha conquistato l’indipendenza nel 1963.
I vicoli sono caratterizzati dalle belle porte in legno lavorato delle case: ci dice la guida che per ostentare la propria ricchezza si facevano costruire prima la porta tutta intagliata e poi la casa attorno alla porta. Quelle indiani hanno degli spuntoni in rilievo, quelle arabe sono riccamente ricamate.
Fotografo la casa dove è nato Freddy Mercury cone le sue foto, ci fermiamo in un negozio di suouvenirs dove facciamo qualche acquisto, immortaliamo il forte portoghese e poi ci dirigiamo al porto dove ci aspettano i “dhow” – tipiche imbarcazioni zanzibarine – che ci porteranno, in circa 35 minuti a Prison Island che era il luogo dove gli schiavi venivano tenuti in quarantena. Ora è un albergo molto isolato con una pace incredibile, dove circolano liberamente dik-dik, pavoni ed enormi tartarughe che vivono solamente qui e nelle Seychelles e nelle Galapagos.
Torniamo per cena in hotel ed io mi sento finalmente al sicuro: tutta quella misera mi fa sentire a disagio ed in colpa come non mai.
12 settembre- Lo passiamo in spiaggia e al sole, si sta benissimo. Essendo stagione secca la temperature è attorno ai 27/28 gradi molto asciutti e si sta benissimo.
Passeggiando sulla lunghissima spiaggia incontriamo tanti bambini: non abbiamo nulla da dar loro ma uno piccolino ci viene incontro e si fa dondolare… dolore al cuore…
Mangio con tristezza ed osservo tutto quel ben di dio dicendomi che almeno la gente che lavora al villaggio non patisce la fame e si spera che qualche avanzo se lo portino a casa.
13 settembre - Visita ad un villaggio dell’interno… che dire, la povertà è enorme. Le case in fango col tetto o in lamiera o in paglia, senza acqua, luce, il bagno è una capanna dove dentro un circoletto di pietre c’è un catino con un po’ d’acqua, i bisogni li vanno a fare nella giungla muniti di zappa per sotterrarli… ci segue un codazzo di donne e bambini.Tutto passa in secondo piano: la bellezza degli alberi tropicali, dei fiori, dei baobab… vorrei dare qualcosa a tutti ma non si può.
La guida ci raccomanda di dar loro solo alla fin della visita e così facciamo: un dollaro a ciascuna donna che ci ha seguiti (tre) e sono felicissime io invece rabbrividisco.
Seconda tappa è una falegnameria dove costruiscono bellissime porte intarsiate: hanno il tornio che funziona con un ragazzino che fa girare i pedali della bicicletta…sono tutti vestiti in modo assurdo, ma ti rendi conto che è così perché vestono di vestiti a loro donati e quindi non conta né la misura né il colore né altro…
Vedi bimbi con pantaloni o magliette enormi, gente scalza che cammina sulle pietre… ho il magone…
Ci fermiamo in un villaggio dove sono arrivati i pescatori e al mercato del pesce c’è la contrattazione: il mercato è una baracca dove su alcuni ripiani stanno pesci enormi, vi sono razze incredibili, enormi pesci rossi, polipi giganteschi, aragoste bellissime… la puzza è incredibile: non esistono frigoriferi e le interiora dei pesci vengono gettate nelle cunette…
Vi sono anche molte donne velate e ne fotografo di straforo una.
Siamo in comode jeep da quattro posti oltre la guida e andiamo verso nord, a Nungwui, una delle spiagge più belle dell’isola, èd è veramente così: splendida.
Pranziamo in un ristorantino al “Pardise Restorant & Resort” sulla spiaggia con cibo locale – riso e pesce – davvero non male.
C’è poi il tempo per fare un po’ di bagno, l’acqua non risente della marea, è molto calda ed ha un bellissimo colore. E’ con noi una coppia di Milano con la quale abbiamo fatto amicizia: lei si chiama Betty e lui Maurizio.
Andiamo pi a visitare un cantiere navale tra virgolette, essì, proprio così, dove fanno barche interamente a mano in legno e dove lavorano sotto teloni color arancio – il cantiere - lavorando con un trapano manuale…
Decliniamo l’invito a visitare il sito-museo dove vengono raccolte le tartarughe di mare preferendo stare sulla bella spiaggia.
Si ritorna per cena e anche stavolta sono contenta di essere “a casa”, al riparo, al sicuro. Noi occidentali abbiamo davvero delle responsabilità enormi verso questa gente
14 settembre- Giornata di relax, sole, spiaggia e mare. Facciamo un giro in catamarano con un ragazzo che si fa chiamare Angelo ma il cui vero nome è Aduli. Per lavorare al villaggio ed essere sempre al meglio per cui non rischia di perdere il lavoro parla tre lingue, l’italiano lo spagnolo e l’inglese, ha fatto la scuola di skipper di catamarani e si da molto da fare. Ci presenta un suo amico, Capitan Piero, che possiede una barca per andare sulla barriera corallina.
Ci accorderemo con Piero per andarci in uno dei prossimi giorni.
Alle 19,30 c’è l’aperitivo al bar dove si beve sempre qualcosa di buono e c’è il piano bar con un pianista-cantante davvero bravo.
Alla sera siamo a cena al pontile: Mario ha voluto fare le cose in grande per cui ci siamo concessi questa bella serata al ristorante del pontile con aragoste a gogò… buonissime davvero! Beviamo anche del buon chardonnay sudafricano…
D’altra parte il Sud Africa è a due passi…
15 settembre- Gita all’isola che non c’è…No, non siamo novelli Peter Pan, è proprio così. Ma andiamo con ordine.
Ci vengono a prendere al mattino e ci portano in un luogo dove c’è una enorme bassa marea (abbiamo trascorso in pullman circa 1 ora), dopo di che ci dicono di camminare verso i dhow al largo avendo cura di arrotolarci i calzoni per non bagnarci…Detto fatto, ma io mi bagnerò oltre i calzoni anche la maglietta, essì ch erano calzoncini corti…
Dopo circa mezz’ora di traversata, col la terra che si allontana sempre più, arriviamo in vista di una striscia di sabbia grande e lunga, la cui altezza massima è di 5 metri: sbarchiamo, predispongono delle tende dove mettiamo all’ombra gli asciugamani e vi sono vari ragazzi facenti parte del gruppo organizzativo che cominciano ad offrire cocco fresco – buonissimo e tenero – anguria ed ananas, nonchè acqua e coca cola. Noi perlustriamo l’isola che si attacca all’altra più a sud e tutta verdeggiante, quindi facciamo il bagno: si sta veramente bene.
Un gruppo di noi va a fare snorkelling e poi ci diranno che non era gran chè ma noi rimaniamo al sole: si sta troppo bene, l’arietta è fresca, l’acqua calda e il sole davvero tiepido. Cosa chiedere di più?
Verso le 12,30 l’acqua comincia a montare… gradatamente l’isola che non c’è lascia il posto al mare… con le barche dirigiamo verso l’isola verdeggiante alla quale eravamo prima collegati che si chiama Kwale dove ci fermeremo a mangiare ma prima andiamo a visitare una baia delle mangrovie che è bellissima.
Mangiamo il pranzo allestito dai pescatori: vi sono delle lunghe tavolate sotto tettoie di palma dove ci servono riso con una salsa di zenzero e altre spezie, che mi piace davvero, e poi un’enorme grigliata di gamberi, tonno – buonissimo e dolcissimo, rosato – e un dolce fatto con cocco e altre speziette davvero buone.
La toilette è la solita buca nel terreno circondata da tendine per non farsi vedere… decido di non approfittarne.
C’è una coppia di Catania piuttosto simpatica, lui molto gentile, sono al Bravo con noi. Altri di Mantova e di Milano fanno cadere le braccia, ma il più “ scassa…”
Per fortuna non è del Bravo perché c’è bastato godercelo per il tempo del pranzo per averne a sufficienza.
Dopo aver pranzato ci sdraiamo sotto le mangrovie e poi gironzoliamo per il mercatino locale dove compro due parei uno per me e uno per Pamela.
Dopo di che la guida, Miki, - ragazzo simpaticissimo e in gamba (parte italiano, inglese, francese, tedesco e non so cos’altro) ci porta al più grande baobab di Zanzibar che è davvero stupefacente.
Torniamo verso la costa di Zanzibar e scopriamo che la nostra isoletta di sabbia non esiste più: è stata definitivamente sommersa.
Finiamo la serata in hotel.
Facciamo poca vita di villaggio: l’abbiamo sempre fatto. Dopo cena ascoltiamo ancora un po’ di musica in compagnia di Betty e Maurizio poi ce ne andiamo a letto. Mario dorme e io leggo. Meno male che c’è l’aria condizionata anche se ‘sto letto ha un’altezza enorme e per scendere e salire mi devo proprio arrampicare.

16 setetmbre- Ultimo giorno, purtroppo.
Capitan Piero ci viene a prendere e ci porta sulla barriera corallina: c’è bassa marea e si possono avvistare un sacco di stelle marine e pesci. La barca consiste in tronchi di legno nudi e crudi messi assieme, con due bilancieri e una vela rattoppata, ma piero è un esperto marinario e ci porta in un luogo davvero bello dove camminiamo e ammiriamo quello che ci circonda.
Prima di tornare ci accorgiamo di tre turisti italiani del Bravo che in canoa si sono spinti oltre la barriera corallina e non riuscivano più a rientrare: sono andati a prenderli i ragazzi zanzibarini e quelli se la sono fatta sotto, specialmente il mantovano che se la tirava e che Capitan Piero prendeva poi in giro “hei amigo, piaciuta la canoa?” e giù una gran risata…
Mi ero portata delle magliette per i bambini e dei giocattoli, dei peluches di Alberto, più qualche vestito e camicia. Li abbiamo distribuiti ai bambini sulla spiaggia insieme ai Tuc che avevo portato dall’Italia: quei poveri bambini mi si aggrappavano alle mani e alle braccia per avere qualcosa… purtoppo non avevo per tutti ma un po’ di roba si… una pena incredibile.
Carità pelosa la mia? Carità dell’occidentale che se ne frega del terzo mondo? Non credo, ma cosa posso fare perché la situazione cambi? Non dipende da me, purtroppo ma da chi ha il potere. Mi hanno raccontato che a Zanzibar Town avevano impiantato due o tre fabbricchette e la gente era contenta, lavorava e aveva qualche soldo in tasca ma le fabbriche sono state fatte chiudere per tenere sta povera gente sempre sotto controllo… non so che dire…

17 settembre- Si parte!
Sveglia alle cinque, colazione e via all’aeroporto dove ci fanno aprire le valigie per non aver pagato qualche dollaro ma Mario non ne poteva più di tirar fuori sempre soldi per qualsiasi cosa.
Dopo circa mezz’ora di volo atterriamo a Mombasa per scalo tecnico dove staremo fermi circa 1 ore e poi partiamo per l’Italia.
Arriveremo a Milano verso le 19,30, bagagli presi e verso le nove siamo sulla via del ritorno in autostrada.